Di fronte alla complessità dell’essere umano, di fronte alla sua sofferenza,  alla sua confusa rassegnazione,  non ho sensi da dare,  né misteri da svelare. Solo domande e  nessuna risposta.

E che scrivi a fare, allora?

Ennesima domanda e nessuna risposta.
Lo scoramento mi porta inevitabilmente a cercare alibi, altrove.  Della serie scrivo perché mi piace, anzi ne ho bisogno, oppure è fisiologico, non posso a farne a meno.

Ma un alibi è pur sempre un alibi, non serve a niente, specie se hai imparato a riconoscerlo  come  pericolosa indolenza.
Credo che sia la volontà di combattere questa pericolosa indolenza  che quasi m’impone “di mettermi all’opera”  quantomeno per  provare ad allontanarla da me.

Come?  Facendo qualcosa.
Di utile? Non lo so, ci devo pensare.
Ma poi perché  il dolore? I problemi esistenziali? La ricerca della verità? La mancanza di comunicazione, la mancanza di parole, le distanze fra gli uomini?
In un  mondo fatto di plastica e tasti, interessa veramente a  qualcuno, parlare di queste cose?

Non lo so. Ci devo pensare, anche se il dubbio stesso che mi pongo è già di per sé una risposta eloquente.

La sensazione d’impotenza  è l’unica cosa che mi resta dell’amara constatazione che tutto finisce,  galleggiando un po’ nella memoria emozionale per poi colare a picco come il Titanic e depositarsi nella sezione dimenticanza.  Dalla prima pagina  al cestino. Uguale.  Come  per  le migliaia e migliaia di delitti rimasti solamente incollati alle pagine della nostra storia come un collage inesplicabile. Grigio-nero. Dominio assoluto del ricordo.
Tutto finisce. Solo il dolore rimane.

Quello di figli, di madri, di padri, di fratelli,  sorelle.
Un dolore che si cerca inutilmente di esorcizzare cercandogli un senso che non si troverà mai,   perché non c’è.
Perché  la perdita  di un figlio,  di una madre, di un padre, di  un fratello,  di una sorella, di un amico,    per mano di un assassino o per crolli di ponti o scontri  di treni,  un senso non ce l’ha!

Ma il dolore non è dominio assoluto della memoria, il dolore è dominio  assoluto del corpo e dell’anima. E quando un senso non ce l’ha,   non c’è nulla che possa lenirlo, meno che mai guarirlo, neppure il tempo.
E’ un dolore che non ha parole,  solo lacrime.

Un libro, però, non è un giornale.  Un libro è per sempre, come  lo è il messaggio che si porta appresso.

Perché  io credo fermamente che i libri non sono libri, ma  progetti. Oltre le pagine. Dove c’è altro e altrove, senza alibi  stavolta.
E  forse è solo questa la risposta che devo al mondo e a me,  e che  inevitabilmente mi spinge la mano sul foglio.

I miei progetti. Oggi le donne, domani tutto il resto.

Lo devo a Silvia, la protagonista del mio primo romanzo. La Scelta inconsapevole.

Le  sue parole, per me, sono  portatrici di una verità che ritengo essenziale, la stessa  con cui chiudo il libro.

Un dolore che non ha parole  esilia, ma rende i simili, simili.
Assegnare alla scrittura il compito di esplorare, circoscrivere e narrare  una sofferenza   che tutti gli esseri umani accomuna e allo stesso tempo allontana,  proprio a causa della sua incomunicabilità.

Restituire universalità al dolore significa, per me, dare voce a chi non ha parole, ma solo lacrime.

Riconoscersi  come portatori di un destino comune significa  imparare a dialogare autenticamente fra simili,  che è quello che noi siamo, significa abbattere  anche l’ultimo mattone  della diffidenza con cui oggi ci poniamo  al cospetto degli altri, significa  azzerare  le distanze, e con esse le nostre solitudini,  in un abbraccio lungo quanto la nostra  vita.

Il mio progetto, oltre le pagine.

I miei testi

La Scelta Inconsapevole

 

 

Nel passato di Silvia ci sono tutti i possibili amori che in  45 anni chiunque può incontrare.
Ognuno con le sue sfaccettature dolorose e bellissime.
C’è l’amore violento di Paolo, quello romantico di Gaetano, quello passionale di Andrea.
C’è l’amicizia nata sui banchi di scuola con Eleonora, quella dell’età adulta con Rosa.
Sopra tutti, poi, c’è l’amore indissolubile verso un figlio rifiutato dal padre e scelto dalla protagonista a scapito di se stessa e della sua relazione.
Silvia ignora che i suoi attacchi di panico, la paura folle di morire, nascono  da tutto questo.
Lo scoprirà  nel lungo viaggio che intraprende al fianco del Professor  Casadei, in una relazione analitica molto complessa. Una forma di amore-odio che tuttavia l’aiuterà ad affrontare i suoi demoni profondi in un processo trasformativo di grande potenza.